Scorrevole

Racconto
Ogni volta che va in banca e sta per entrare nella cabina a vetri scorrevoli dell’ingresso pensa a come sarebbe se, per un qualche imprevisto, si bloccasse. E rimanesse lì, finalmente in un tempo solo per sé. Ha finito il turno in posta, l’ aspetta un pomeriggio di lavatrici, di riordino letti e selezione di vestiti invernali dei figli in un marasma di armadio. Quindi rapido tour al supermercato, ritiro dei bambini e verifica dei compiti per il giorno dopo. E finalmente cena, tre spezzoni di film diversi litigando, la buona notte. E la più piccola che quasi ogni sera le chiede se Gesù può fare qualcosa perché a lei piacerebbe tanto vedere Minni dal vero con le sue orecchie gigantesche e il gonnellino a pois. E se lo può fare, come mai ancora non si decide. Perché ha fatto tanti miracoli, come quello dei pani e dei pesci (“E tutte quelle lische, le avrà tolte? Erano comprese nel miracolo?” domanda sempre), ma non questo. E allora lei replica che la lista di Gesù è più lunga dell’Africa, prima o poi arriverà alla sua richiesta. La Terra Promessa. C’era quasi arrivata dopo mesi di economie, Parigi e Disney World, poi il delirio globale della pandemia.

Il momento in cui si lascia cadere sul divano nel silenzio della casa, i cuscini in pelle della sua infanzia che accolgono i suoi quarantadue anni un po’ ammaccati. Mobili recuperati dopo il divorzio. Roby, la sua Mental Coach, aveva insistito perché si prendesse un periodo di “aspettativa d’affetto”: ti sganci solo un po’, finché non sei pronto per la cosa giusta. E la cosa giusta, poi, l’aveva fatta lui salendo sul treno in corsa di una single russa con un solido programma di vita stanziale a due, nelle colline del Chianti, dopo un ventennio per il mondo a vendere marmo di Carrara per ripiani cucina. L’avevano anche invitata al matrimonio da cui era tornata con la sensazione di avere il sorriso bucato senza la possibilità di farsi una protesi.

Un cliente, un’imprecisata forma in fuga da storyboard di fumetto, le sfreccia accanto ignorandola. Il pulsante diventa verde, è il suo turno. Un leggero sibilo, il vetro scorrevole le scorre davanti, si ritrova incapsulata. Pronta per il suo viaggio siderale.
“Fa che si blocchi” pensa.“ Per un minuto, un’ora, un giorno.” Quand’era bambina quel genere di porte le ricordavano le cabine telefoniche da dove Clark Kent usciva in volo. Chiude gli occhi, quando li riapre è già davanti allo sportello. Si domanda come mai la nuova bancaria dal rossetto viola bacca, dietro la mascherina trasparente oltre il plexiglas del bancone, non si sia ancora accorta del suo mantello rosso e del tutino blu aderente con la grande S sul petto. La guarda riordinare documenti, impilarli sotto a un grosso fermacarte di vetro verde: sicuramente kryptonite. Quando l’impiegata alza lo sguardo la scruta un istante per metterla a fuoco. Si chiede se anche questa ennesima donna dall’aria stanca non potrà fare a meno di fissare le sue labbra di un colore così inopportuno in una banca. Trattiene un sospiro e sorride.
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Foto di Yogi Purmana
Da Unsplash
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